In Vaticano, questa mattina, Leone XIV ha ricevuto in udienza i familiari dei ragazzi coinvolti nel rogo di Crans-Montana, in Svizzera. L’incontro, segnato dalla commozione, è stato attraversato dalle parole del Pontefice sul dolore “sconvolgente” e sulla fatica di trovare parole che non suonino vuote quando una famiglia viene colpita negli affetti più cari.
La tragedia di cui parliamo, lo ricordiamo, è avvenuta nella notte dello scorso Capodanno, all’interno del locale “Le Constellation”, situato in un piano interrato nel comprensorio sciistico di Crans-Montana: un incendio divampato durante una serata affollata che ha trasformato in pochi minuti la festa in un inferno. Il bilancio, drammatico: 40 persone decedute e più di 110 feriti, molti in condizioni gravi.
Ma oltre la cronaca — e oltre lo stesso incontro in Vaticano, che pure nasce dal bisogno di vicinanza — resta la domanda che si affaccia quando accade l’impensabile: come si sopravvive a un dolore così? A cosa ci si aggrappa quando la vita perde improvvisamente ordine, quando le certezze si sgretolano e il futuro si accorcia in un “prima” e un “dopo” impossibili da ricucire?
In queste tragedie, la fede per alcuni non è una spiegazione, né un balsamo immediato che cancelli la perdita. È, semmai, un modo di stare dentro la ferita senza esserne inghiottiti. Può diventare un linguaggio quando le parole comuni non bastano, una disciplina del cuore quando la mente torna ossessivamente ai dettagli, un’àncora quando la rabbia e lo smarrimento spingono verso il vuoto. Non elimina la sofferenza, ma può dare un perimetro al caos: l’idea che il dolore non sia l’ultima pagina, che la disperazione non debba per forza vincere.
Per chi crede, la preghiera è spesso questo: non una formula, ma un respiro. Un gesto ripetuto anche quando non si “sente” nulla, una richiesta di forza più che di risposte, una compagnia invisibile nelle notti in cui il silenzio pesa. E anche la comunità — una parrocchia, un gruppo, una rete di affetti — può essere parte concreta di quella fede: esserci, sostenere, non lasciare soli, non pretendere che il lutto “passi” in fretta.
Certo, la fede non è uguale per tutti e non sempre arriva nello stesso modo: c’è chi la ritrova, chi la perde, chi la contesta. Ma la domanda resta legittima e profondamente umana: se la vita può spezzarsi così, esiste qualcosa che aiuti a non spezzarsi con lei? Esiste una speranza che non sia superficialità, una luce che non neghi il buio ma lo attraversi?
E allora, guardando a questo dolore che sembra senza misura, secondo voi credete che la fede possa salvare davvero mente e spirito da un dolore così profondo?
Daniele Piersanti
Foto: Corriere Roma







Udienza in Vaticano dopo il rogo di Crans-Montana: la fede basta per non crollare? 












