A Pescara, due bambine sono state segregate e costrette a vivere fino all'età di 7 e 9 anni, sotto il controllo ossessivo del padre.
La vicenda, oggetto di indagine della squadra Mobile di Chieti, racconta di un uomo che all’esterno appariva come un manager rispettabile, ma in casa si trasformava in un aguzzino inflessibile. Ogni gesto delle figlie era sorvegliato e regolamentato: dovevano tenere le mani sempre in vista durante i pasti, seguire pedissequamente gli orari e persino lavare a mano i propri panni se non erano riuscite a trattenere i bisogni. La disobbedienza, anche minima, scatenava punizioni immediate: schiaffi, spinte, insulti continui e terribili epiteti che le bambine memorizzavano con terrore.
Durante il periodo di separazione dai genitori, le minacce si fecero ancora più inquietanti: il padre arrivò a impugnare una balestra per costringere le figlie a restare con lui e non con la madre. La quotidianità delle bambine era così segnata dal terrore che persino i momenti apparentemente innocui, come lo svolgimento dei compiti o le routine domestiche, diventavano occasioni di controllo e intimidazione. Le violenze, come ricostruito dalla Procura, sono andate avanti fino al 2020, segnando quasi un decennio della loro infanzia.
Il caso ha messo in luce una verità inquietante quanto spesso risaputa: la violenza domestica può nascondersi dietro una facciata apparentemente normale.
Inizialmente, le dichiarazioni delle bambine erano state giudicate contrastanti e non credibili, ma una consulenza tecnica d’ufficio ha certificato la loro attendibilità, permettendo alla Procura di riaprire il caso e chiedere un incidente probatorio. Ora, il padre rischia il processo per maltrattamenti aggravati e continuati.
Ma il dato più allarmante non è solo legale. È sociale.
Se chi dovrebbe garantire protezione e affetto diventa fonte di terrore, quale sicurezza può aspettarsi un minore? Se nemmeno le mura domestiche sono un rifugio, il senso stesso di protezione e fiducia viene minato. La violenza non è un episodio isolato: è un sistema che plasma l’infanzia, incrina il rapporto genitore-figlio e lascia cicatrici psicologiche incancellabili.
Riflettere su questo caso fa comprendere quanto sia diffusa la violenza in penombra e dietro una "normalità quotidiana", possa nascondersi un urgente impegno collettivo per proteggere chi non può difendersi. Mi rendo conto che, come spesso accade, queste rimangono parole quando c’è bisogno di fatti e soprattutto di denunce immediate, ma immaginate nello stesso tempo non parlarne e non far venire alla luce certi fatti. Non sarebbe peggio?
Ecco, speriamo che almeno il sapere cosa accade intorno a noi, possa essere prima o poi, uno spunto per cambiare questa "normalità quotidiana" che di normale non ha nulla.
Daniele Piersanti







Terrore e segregazione: il padre e la violenza psicologica e fisica sulle figlie in Abruzzo 












