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ico title sx Quando la diagnosi arriva tardi: il caso Gallo e la sofferenza dell’incertezza ico title dx

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C’è un tipo di dolore che non fa rumore ma consuma. È quello dell’attesa. Non l’attesa di un treno o di un colloquio, ma l’attesa di una diagnosi, quando in gioco non c’è un appuntamento mancato, ma la propria vita. In quel tempo sospeso non si è né malati né guariti: si è intrappolati in un limbo psicologico, in cui ogni giorno diventa un esercizio di resistenza invisibile.

La storia di Maria Cristina Gallo, docente 56enne di Mazara del Vallo, lo dimostra in modo drammatico. A dicembre 2023 la donna si sottopose a una biopsia dopo un intervento chirurgico importante, ma il referto istologico le venne consegnato solo dopo otto mesi. Otto mesi in cui non poteva sapere se la malattia fosse aggressiva, curabile, avanzata. Quando finalmente arrivò la risposta, il tumore aveva già prodotto metastasi diffuse. Le cure non sono bastate e Maria Cristina è morta nei giorni scorsi, lasciando una comunità scossa e un’inchiesta ancora aperta con quasi venti indagati tra medici e operatori sanitari.

Ma al di là dei fascicoli giudiziari, la sua vicenda è soprattutto una dolorosa lezione su cosa significhi vivere – e morire – nell’incertezza, su come il corpo chiede risposte mentre il sistema sanitario risponde con silenzi.

In quel vuoto, il paziente si ritrova a convivere con un quesito assordante che nessun medico può misurare: “E se fosse troppo tardi?. Le cartelle non riportano il parametro della solitudine dell’attesa, quando dovrebbe essere una vera e propria forma di sofferenza clinica.

La sanità – pubblica o privata che sia – parla spesso di costi, organici, carenze di personale, tutto giustissimo, ma più raramente riconosce che il tempo, quando si parla di diagnosi, è esso stesso una terapia. Negarlo significa togliere ai pazienti non solo la possibilità di cura, ma anche la dignità di una consapevolezza.

Non sappiamo se Maria Cristina sarebbe guarita con una diagnosi tempestiva ma sappiamo che avrebbe avuto il diritto di combattere con gli strumenti adeguati e nei tempi giusti. Non per spirito polemico, ma per legittima tutela della propria vita. Per questo la sua battaglia, anche oggi che lei non può più portarla avanti, resta aperta e riguarda tutti.

La vera domanda non è quindi solo “di chi è la colpa?”, ma un’altra, più scomoda e più profonda:

quanto vale un referto consegnato in tempo… quando quel tempo è l’unica cosa che un paziente non può permettersi di perdere?

Daniele Piersanti

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