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ico title sx Influenza K. Un trentenne ci ha raccontato la sua esperienza con la variante di quest'anno ico title dx

Approfondimenti

Un trentenne teramano ha parlato con la nostra redazione e ci ha raccontato com’è stata, per lui, l’esperienza con l’influenza K. Un decorso segnato da cinque giorni di febbre alta — con due oltre i 39 e mezzo — dolori diffusi nelle prime 48 ore e soprattutto un mal di gola che ha iniziato a diminuire solo dopo più di due settimane.

“Per curiosità ve lo racconto: pensavo fosse la solita influenza, invece mi ha steso. Non tanto per un singolo sintomo, ma per quanto è stata lunga”.

La partenza: “In poche ore ero a letto”

“È iniziata con una stanchezza strana, come se mi si spegnesse qualcosa. Poi brividi, dolori, e la febbre che sale. Nel giro di poche ore ero già a letto. Quella notte ho dormito male: sudore, brividi, la testa pesante. Mi misuravo la temperatura e vedevo che continuava a salire”.

La ricostruzione

Giorni 1–2: picco febbrile e “male alle ossa”

“Il secondo giorno è stato il peggiore. Ho superato i 39 e mezzo, quasi 40 e lì non ragioni più: vuoi solo che passi.

A pesare non è solo la temperatura, ma la sensazione di essere “bloccato” nel proprio corpo.
Mi facevano male le ossa. Non è un dolore preciso, era ovunque: schiena, gambe, spalle. Anche solo girarmi nel letto sembrava un lavoro.

Mi alzavo per bere e mi sentivo come se avessi fatto una corsa. Il corpo era pesante, la testa annebbiata”.

Giorni 3–5: la febbre scende, ma la spossatezza resta

“Dal terzo giorno ho visto la febbre calare piano piano. Però non era una guarigione netta. Era oggi sto meno peggio.

Quando vedi la temperatura scendere ti illudi che sia finita. In realtà resti senza energie. Ti manca proprio la forza anche perché questa variante dicono abbia due picchi. Quando sembra scendere poi risale una seconda volta ma per fortuna a me no”.

Accanto alla fatica fisica, racconta anche quella mentale, più sottile.

“Aprivo il telefono e mi stancavo. Leggevo due messaggi e avevo bisogno di chiudere gli occhi”.

Il sintomo che si trascina: “Il mal di gola è stato infinito”

Se la febbre ha un arco temporale chiaro, la gola è stata il capitolo più snervante.

“Il mal di gola è stato la cosa più lunga. Deglutire dava fastidio, parlare tanto mi bruciava. E soprattutto non passava: giorni e giorni. Ti aspetti che quando la febbre finisce tu torni normale. Invece rimane questo strascico che ti segue. È un fastidio costante, che ti ricorda che non sei ancora davvero a posto. Solo oggi, dopo più di due settimane, ho iniziato a sentire che sta mollando il malessere generale”.

La parte invisibile: lavoro, frustrazione, tentazione di rientrare troppo presto

Il trentenne racconta anche l’impatto sulla quotidianità e la difficoltà di fermarsi davvero.

“Il problema è che ti senti in colpa a restare a casa. Pensi al lavoro, agli impegni, alle cose che lasci indietro. Poi però capisci che se provi a forzare, peggiori.

A trent’anni ti aspetti di reggere. Invece ti ritrovi a dover chiedere tempo, a rimandare, a stare fermo. Non è solo fisico: è mentale”.

“Mi ha insegnato a fermarmi”

“Cinque giorni di febbre li metti in conto. Ma lo strascico… quello ti cambia l’umore, ti consuma. Quando finalmente inizi a sentirlo diminuire, è come tornare a respirare anche con la testa”. Quest’anno mi è servito da promemoria: i tempi del corpo non li decidi tu. Puoi solo rispettarli”.

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