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ico title sx Il Babbo Natale dei Bambini: una vita dedicata ai piccoli guerrieri oncologici ico title dx

Approfondimenti

Pensavo che da quel 26 dicembre 2024 sarei stato più bravo Babbo, invece no, non sono migliorato e faccio ancora fatica a descriverti perché le parole trovano il muro delle emozioni e vado in confusione.

Poco professionale? In questo caso probabilmente sì perché nulla dovrebbe perforare la corazza giornalistica.

Esagerato? Assolutamente no, perché ho visto cosa si cela dietro il costume del "Babbo Natale dei Bambini" e non aveva a che fare con l'uomo ma sembrava più un dono che l'Alto ci ha inviato per rendere il mondo un posto migliore.

Ieri, in videochiamata, ho avuto l'onore di scoprire chi c'è sotto quegli abiti e se sapevo qualcosa di altruismo e dedizione verso il prossimo, beh, ho rimesso tutto in discussione davanti a un'anima simile.

Voglio raccontarvela ma con un avvertimento: vi sentirete cambiare dentro dopo aver conosciuto chi è il Babbo Natale dei Bambini che sta vicino ai piccoli guerrieri oncologici.

La sua storia comincia quasi per caso, a 17-18 anni, quando faceva il babysitter assecondando quel suo bene naturale verso i bimbi. Accudisce anche il figlio di due suoi amici, un bambino purtroppo malato di cancro che se ne andrà troppo presto. Poi, il 18 ottobre 2001 mentre era tra le corsie oncologiche, una bambina, ricoverata nel reparto terminale, lo prende per mano, lo porta in camera e gli chiede di giocare con lei. Da quel giorno, lo vorrà accanto sempre. Fu allora che capì: quei bambini, spesso isolati persino nel periodo natalizio, non avevano neppure il conforto di un Babbo Natale perché i bimbi che si trovano in quell’ultima fase, sono separati dal mondo esterno. L’idea nacque così, dalla purezza di un incontro e dal bisogno di diventare il loro famoso nonno dalla barba bianca.

In quel momento, la sua vita cambiò direzione. Oggi quest’uomo di Taglio di Po, in provincia di Rovigo, in Veneto, accompagna nel loro percorso 1705 bambini in tutta Italia, attraversa 211 ospedali, e porta nel cuore la memoria di 212 piccoli che non ci sono più. Non sono numeri, tiene a sottolinearlo: sono nomi, storie, voci, sorrisi che non se ne vanno mai.

Eppure, dietro questa sua missione, c’è un uomo che lavora come tutti ma che – mi dice – gli orari flessibili delle sue occupazioni gli hanno sempre permesso di dedicare ogni minuto libero alle necessità di quelli che chiama “i miei bambini”. La sua macchina – racconta - è diventata una sorta di terapia: lo spazio in cui resta solo con i suoi pensieri, per capire come poter migliorare prima di indossare di nuovo il vestito rosso e portare un sorriso dove ce n’è più bisogno.

Ci sono però anche momenti che lo hanno messo in ginocchio. Con Sara, una bambina di 6 anni che era in cura a Bologna anche se residente a Faenza, la fatica era diventata quasi insostenibile dopo che l’ha accompagnata fino a luglio 2024, tenendole la manina quando se n’è andata. “Io sono l’uomo più sconfitto del mondo — mi confessa — faccio partite che iniziano in svantaggio e finiscono peggio. Non ho mai pensato di smettere, ma un pensierino in un momento lo feci sì… e proprio in seguito alla storia di Sara ma poi ho deciso che smetterò solo quando qualcuno in alto capirà che devo andarmene”.

Tuttavia, anche quando il dolore sembra troppo grande, la vita gli mette davanti nuovi volti, tipico di chi è destinato a qualcosa di grande. Ogni volta che una famiglia lo contatta, porta con sé la speranza ma, allo stesso tempo, il peso di una nuova e dura storia da accogliere. “All’inizio la sensazione è di delusione perché è triste pensare che ancora oggi ci sia bisogno di me per stare vicino a bambini e genitori poiché in queste storie si ammala tutta la famiglia, non solo il piccolo e ci vorrebbe più supporto da società e istituzioni. Chi è all’esterno non può comprendere la cruda sofferenza perché non la vive veramente”.

Da ciò, una domanda mi è sorta spontanea, ossia se avesse una frase impressa nel cuore che potesse provare a rendere l’idea di cosa significhi essere dei piccoli guerrieri.

Ho ancora i brividi dalla risposta che Babbo mi ha condiviso, soprattutto per la consapevolezza con cui Francesca, a 4 anni, gli chiese nel 2004 poco prima di andarsene: “Ma io quando muoio ti rivedo?”. Siamo rimasti qualche secondo impotenti nel continuare il nostro dialogo…

Passato il duro colpo, gli domando se la sofferenza vissuta abbia cambiato la sua visione della vita. Lui scuote la testa e, con una fermezza che sorprende, risponde:
“A me non cambia, perché non ho mai dato valore agli oggetti. Secondo me siamo nati per fare del bene all’altro, queste sono le ricchezze. I veri malati sono quelli fuori alle strutture, in cerca di felicità materiale senza capire quanto sono fortunati ad avere il bene fondamentale, la salute. Io, a ogni evento, faccio comparire il mio conto corrente per mostrare che non guadagno nulla a fare quello che faccio, anzi, con i soldi del mio lavoro fuori dal Babbo Natale, tolte le spese essenziali, il resto è tutto per i miei bambini”.

La mia ultima domanda e forse la più esistenzialista è stata: “Perché proprio i bambini devono vivere tali dolori?”.

“Vengono per darci una lezione. Quasi tutti i piccoli che ho visto, nonostante la sofferenza, giocano e ti sorridono e se non capiamo quale messaggio si nasconde dietro ciò, è come se non avessimo dato attenzione a quello che ci trasmettono”.

Prima di salutarci, è Babbo che mi fa ragionare su un passaggio.

“Come si chiama un marito o una moglie che ha perso il proprio partner?” Vedovo o vedova, rispondo.

“E un figlio che ha perso i genitori?” Orfano dico.

“Un padre e una madre che invece perdono la propria creatura, che termine si usa?” Non so rispondere.

“Lo sai perché è difficile? Perché il termine che forse può rendere l’idea viene dal sanscrito e dalla corrente buddista che usa la parola “Vilomah” che vuol dire “contro l’ordine naturale”. Hai avuto difficoltà proprio perché un genitore che deve seppellire il proprio figlio o la propria figlia è contro natura, è contro la ruota della vita”. Di fronte a una lezione simile, un brivido mi pervade.

Non so se sono riuscito a rendere l’idea di quale persona incredibile abbiamo davanti, so solo che ho vissuto le sue esperienze tramite quello che mi diceva e sono rimasto senza forze dinanzi alle lamentele inutili, spesso infondate, che ripetiamo ogni giorno e dalle quali ci facciamo dilaniare.

Voglio e vogliamo, come giornale, abbracciare il Babbo Natale dei Bambini, le famiglie che supporta, tutti i genitori, i piccoli che stanno ancora combattendo, i medici e il personale sanitario che li assistono con amore.

Per il resto, vi lascio nuovamente la sua pagina facebook dove potrete vedere tutte le sue iniziative: IL BABBO NATALE DEI BAMBINI

Buona riflessione a tutti noi.

Daniele Piersanti

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