Tra l’8 e il 9 gennaio 2026, ad Anguillara Sabazia, Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa in casa. Il corpo è stato ritrovato il 18 gennaio, dopo giorni di ricerche, e il marito Claudio Carlomagno ha confessato l’omicidio.
Nelle ore successive, però, la cronaca si è allargata oltre il fatto principale e ha investito un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto drammatica: Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, genitori dell’uomo, si sono tolti la vita nella loro abitazione. Nel biglietto lasciato ai familiari avrebbero ricondotto la scelta estrema alla pressione, all’ostilità e alla gogna subìta, soprattutto online, pur non essendo mai finiti tra gli indagati.
È qui che il racconto smette di essere “solo” cronaca e diventa una domanda collettiva.
Quando un delitto scuote una comunità è naturale che esplodano indignazione, dolore, bisogno di capire. Ma in quale momento questa spinta si trasforma in caccia al colpevole “per prossimità”, in una colpa per parentela, in una condanna senza processo? E soprattutto: chi dà il permesso alla persona comune di decidere dove finisce la responsabilità personale di un reato e inizia il diritto di massacrare tutti i componenti della famiglia solo perché hanno lo stesso cognome?
La rete amplifica tutto: la notizia corre, i commenti si accumulano, i profili diventano bersagli, la vergogna viene assegnata come un marchio. Non serve essere colpevoli per essere colpiti: basta essere riconoscibili, esposti, “vicini” al fatto. La gogna funziona così: semplifica, riduce le persone a un ruolo, cancella le sfumature. “Sono i genitori di…” diventa, per qualcuno, un verdetto già scritto. E da lì si passa agli insulti, alle allusioni, alle minacce, ai sussurri per strada, agli sguardi che pesano più delle parole.
Ma che cosa stiamo davvero punendo quando prendiamo di mira dei genitori che non erano imputati di nulla? Stiamo chiedendo giustizia o stiamo cercando un bersaglio su cui scaricare odio gratuito? È un confine sottile, eppure è la linea che misura la maturità di una società: la capacità di distinguere tra responsabilità e legame, tra colpa e parentela, tra indignazione e disumanizzazione.
C’è anche un altro aspetto che dovremmo ammettere: spesso il giudizio pubblico non nasce dal desiderio di verità, ma dalla fretta. La fretta di chiudere una storia con una morale semplice, di incastrare i “buoni” e i “cattivi”, di ottenere una punizione immediata, magari a colpi di commenti per vedere chi indovina i colpevoli. Eppure la giustizia vera è lenta per una ragione: prova, verifica, ascolta, ricostruisce. La “giustizia” della rete invece è rapida perché non deve dimostrare nulla, deve colpire e soprattutto parla quando dovrebbe fare silenzio.
Il punto non è fare sconti alla gravità di un reato, spostare l’attenzione dalla vittima o escludere colpi di scena sulle indagini in corso. Il punto è ricordare che il rispetto non è un accessorio: è ciò che impedisce alla rabbia di diventare cieca. Si può pretendere verità e giustizia senza trasformarsi in giudici. Si può stare dalla parte delle vittime senza creare nuove vittime. E a volte, nella frenesia del commento, la cosa più adulta che possiamo fare è scegliere di tacere, lasciare che parlino i fatti e che lavorino gli organi competenti, perché nessuna indignazione, per quanto comprensibile, può giustificare la distruzione di chi non ha colpe da espiare.
Daniele Piersanti







Commentare è facile, reggere l’odio no: quando la gente decide le colpe invece di rispettare 












