Nel tumore al pancreas, una delle malattie più difficili da contrastare, la ricerca spesso procede per piccoli passi. Stavolta però dalla Spagna arriva un segnale che fa alzare la testa agli addetti ai lavori. Al Centro nazionale spagnolo per la ricerca sul cancro (Cnio), il gruppo guidato da Mariano Barbacid ha presentato i risultati di uno studio condotto sui topi su una forma particolarmente aggressiva e frequente, l’adenocarcinoma duttale pancreatico (LINK ARTICOLO IN SPAGNOLO - LINK ARTICOLO IN INGLESE).
Il lavoro è finito su Pnas, una delle riviste scientifiche più note (QUI PER LEGGERE IL TESTO SULLA RIVISTA SCIENTIFICA).
Il dato che ha attirato l’attenzione non sta solo nell’effetto osservato, ma anche nella sua durata. Nei modelli sperimentali usati dal team, il trattamento è riuscito a eliminare le cellule tumorali e a mantenere il controllo della malattia più a lungo di quanto si sia visto finora in prove simili. A questo si aggiunge un altro elemento, tutt’altro che secondario: la riduzione dei problemi legati alla tollerabilità, che spesso diventano un limite quando si cercano terapie più incisive.
La strada scelta dai ricercatori è quella della “squadra” e non del singolo farmaco. Invece di puntare tutto su un solo bersaglio, lo studio usa una combinazione di tre medicinali che vanno a colpire, in parallelo, i meccanismi che permettono al tumore di crescere e di adattarsi. Due agiscono su proteine che nel cancro del pancreas hanno un ruolo importante, mentre il terzo mira a Kras, considerato il principale motore biologico di questo tipo di tumore.
Il punto è proprio qui. Negli ultimi anni, dopo decenni senza svolte rispetto alla chemioterapia tradizionale, sono arrivati i primi farmaci mirati per questo tumore. Nel 2021 è stato segnato un passaggio storico: l’attenzione si è concentrata su Kras, un gene che risulta alterato nella grande maggioranza dei pazienti. Ma c’è un problema che torna con insistenza nelle terapie oncologiche: il tumore impara a difendersi. Secondo quanto riportato dal Cnio, gli inibitori di Kras funzionano, ma spesso solo per un periodo limitato, perché dopo alcuni mesi subentra la resistenza e la malattia riprende terreno.
Lo studio presentato a Madrid punta a spezzare proprio questo schema. L’idea è semplice da spiegare, anche se complessa da realizzare: se il tumore trova una via di fuga quando si chiude una porta, allora bisogna chiudere più porte insieme. Da qui la tripla terapia, costruita per ridurre la possibilità che le cellule tumorali aggirino l’ostacolo e ricomincino a proliferare.
Il messaggio, però, non va letto come un annuncio di cura imminente. Gli stessi ricercatori hanno chiarito che non è ancora il momento di parlare di sperimentazione clinica con questa combinazione. Tra i risultati ottenuti negli animali e un test sull’uomo c’è un percorso obbligato fatto di verifiche, sicurezza, dosaggi e passaggi regolatori. È una distanza che in medicina conta più delle parole, e che impone prudenza.
Resta il valore della notizia: per un tumore che da anni mette in difficoltà laboratori e ospedali, vedere una risposta completa e prolungata in un modello sperimentale è un elemento che merita attenzione, soprattutto perché affronta il nodo più temuto, quello della resistenza ai farmaci. In sostanza, il lavoro del Cnio suggerisce che il futuro potrebbe passare da strategie combinate, capaci di colpire il tumore su più fronti e di impedirgli di riorganizzarsi.
È un passo che non cambia oggi la pratica clinica, ma che può orientare quella di domani. E, in un campo dove le novità arrivano lentamente, anche un “domani” più credibile è già una notizia.
Daniele Piersanti







Barbacid e la pista della tripla terapia: risultati inediti sul tumore al pancreas 












