La malattia, qualunque essa sia, porta sempre con sé una dimensione di fragilità. Ma quando è un giovane a raccontarla, quando a parlarne è qualcuno che per età dovrebbe essere occupato a costruire il futuro, lo squarcio emotivo diventa più profondo. È questa la sensazione che molti hanno provato seguendo il percorso di Alessandro Antonicelli, influencer e bodybuilder 26enne, morto il 6 dicembre dopo due anni di cure contro un tumore raro.
La sua storia, resa pubblica sui social attraverso il profilo “Pettor_Ale”, non è stata una ricerca di visibilità, ma un modo per restare ancorato alla propria identità: quella di un ragazzo che si è trovato a convivere, troppo presto, con una diagnosi che non lascia spazio a illusioni. Quando, nell’agosto del 2023, comunicò di aver scoperto un osteosarcoma condroblastico, la sua comunità online lo vide passare dal picco dei progetti — la laurea, l’ammissione alla magistrale, il trasferimento a Milano — all’inizio di un percorso che avrebbe messo alla prova ogni aspetto della sua vita.
Ciò che ha colpito molti è stata la trasparenza con cui ha scelto di condividere il suo vissuto. Non solo le tappe mediche, ma la quotidianità: il dolore, le paure, i ricoveri, il corpo che cambiava, la fatica di camminare. Un corpo che, fino a poco tempo prima, era il centro della sua disciplina sportiva e della sua identità pubblica. Nel raccontare quella trasformazione, Alessandro ha mostrato qualcosa che nei social non si vede spesso: la vulnerabilità giovane.
L’ultima settimana del suo racconto è stata forse la più dura. Tornato da un viaggio in Giappone, aveva scritto con la lucidità che lo contraddistingueva anche nel dolore, ciò che stava accadendo: “La malattia ormai è fuori controllo”, aveva detto ai suoi follower, come se volesse prepararli a un addio inevitabile. Pochi giorni dopo, la famiglia ha annunciato la sua morte, chiedendo rispetto e silenzio per la sofferenza che stava attraversando.
Il percorso pubblico di Alessandro apre una riflessione più ampia sul rapporto tra giovani e malattia. Quando un ragazzo di 26 anni parla di tumore, il racconto non rimane confinato all’ambito sanitario: diventa un evento collettivo. Le sue parole scardinano l’idea, ancora radicata, che la malattia grave sia qualcosa che appartiene “più avanti”, a un tempo della vita che per natura dovrebbe venire dopo. In realtà, le diagnosi di tumori rari in età giovanile esistono, sono complesse e spesso richiedono percorsi diagnostici lunghi e dolorosi.
Raccontarle non significa spettacolarizzarle. Significa riconoscerle. Significa dare un volto a una realtà che spaventa ma esiste.
Il progetto “Fuck Cancer”, con cui si donano fondi alla ricerca contro il cancro e a cui Alessandro teneva molto, mira proprio a questo: non nascondersi da ciò che la vita ci pone davanti e affrontare tutto con uno spirito forte e, per quanto difficile, positivo.
La sua testimonianza resterà ma continuerà a rimanere anche la rabbia perché non è giusto morire a quest'età, quando si dovrebbe lottare per costruirsi un domani sicuro e invece si deve combattere per rimanere in vita e, purtroppo, molto spesso si esce sconfitti.
Questo dovrebbe essere da promemoria per chi si lamenta di stupidaggini ma sappiamo bene che se certe cose non le vivi da vicino, la bocca si apre più facilmente.
Daniele Piersanti







Alessandro Antonicelli, 26 anni e un tumore raro: non è giusto morire giovani 












