Immaginate di affrontare lo stesso esame, anno dopo anno, e di non riuscire mai a superarlo.
Per alcuni studenti di Ingegneria Civile all’Università dell’Aquila, questa non è un’ipotesi, ma una realtà: ci sono, infatti, casi di studenti che hanno tentato l’esame di Chimica fino a 26 volte, un primato italiano. Dietro a questo dato, apparentemente solo statistico, si nasconde un peso emotivo che difficilmente emerge nelle aule universitarie, vuoi perché i giovani si vergognano ad ammettere certi numeri o vuoi perché, spesso, invece che sviscerare il nòcciolo del problema, si fa prima a incolpare lo studente, già provato interiormente da un ostacolo che non riesce a superare.
Ogni nuovo tentativo porta con sé ansia e frustrazione, una pressione costante che può intaccare la motivazione e la fiducia nelle proprie capacità. La ripetizione diventa un rituale di resilienza forzata, dove la paura del fallimento si somma al desiderio di completare il percorso accademico. Lo studente non si misura più solo con i concetti chimici, ma con se stesso: il dubbio, l’autocritica e la sensazione di impotenza diventano compagni di viaggio.
Non è corretto pensare che la colpa sia sempre del ragazzo o della ragazza e con questo ovviamente precisiamo un dettaglio prima che arrivino inutili puntate di dito, ossia che qui non si invita a regalare promozioni a studenti che tentano esami per gioco o da impreparati né tantomeno si vuole mettere in discussione la professionalità e la cultura di certe cattedre.
Andiamo più nel profondo in questa culturale Fossa delle Marianne che troviamo sotto.
Il punto è che il picco di 26 volte per un esame ha retroscena seri. Dietro un insuccesso protratto nel tempo, infatti, possono esserci molteplici fattori: il ritmo di studio, il carico complessivo del corso, lo stress accumulato e le difficoltà personali. La sfida psicologica si intreccia con quella materiale: ogni anno fuori corso significa nuove tasse universitarie da pagare, rinvio della laurea e, in molti casi, sacrifici economici e professionali. L’esame diventa così un nodo complesso, che pesa non solo sul piano accademico ma anche su quello umano e di bilancio familiare.
Riflettere su questa situazione significa quindi guardare allo studente non solo come colui che deve essere valutato ma anche a un persona dotata di sensibilità, che attraversa una prova sistemica e personale allo stesso tempo e a cui si sta letteralmente bloccando il futuro perché dietro i numeri dei tentativi ci sono vite sospese, sogni rimandati, futuri professionisti che cercano solo di sbocciare e un percorso di crescita che merita attenzione, comprensione, rispetto dei sacrifici, aiuto concreto per un successivo appello affrontato nella consapevolezza dei punti da migliorare e un pensiero ai nuclei familiari che fanno rinunce importanti per far presenziare il proprio figlio o la propria figlia a quel determinato esame, qualunque esso sia.
Impreparati no, schiacciati nemmeno.
Daniele Piersanti







26 tentativi per un esame universitario all'Aquila: un record italiano che blocca il futuro di molti studenti 












