Dalla paura del giudizio alla piena consapevolezza di sé, il percorso della 36enne che oggi vive a Pescara
365 giorni in cui Mia Cardellicchio ha tenuto nel telefono il numero di un’associazione di Salerno.
Ogni notte lo guardava, senza riuscire a chiamare: la frenavano le paure e il giudizio degli altri. Poi, una mattina, a 24 anni, si è decisa. "Basta, devo chiamare, devo iniziare da qualche parte", si è detta.
Da quella telefonata è cominciato il suo percorso di transizione.
Oggi ha 36 anni, vive a Pescara da sei ed è originaria di Battipaglia, nel Salernitano. Lavora come tarologa, utilizzando i tarocchi con un approccio spirituale. A 23 anni aveva conosciuto una ragazza che aveva già completato la transizione, scoprendo una possibilità di cui ignorava l’esistenza. Per anni, pur essendo attratta dagli uomini, si era definita omosessuale, senza riconoscersi nel ruolo maschile che sentiva di dover interpretare. A scuola, fra gli amici e in famiglia, essere considerata un ragazzo le provocava disagio.
Durante un incontro di gruppo, una persona che si definiva un sensitivo le disse: "Dentro di te c'è qualcosa di nascosto, qualcosa che stai opprimendo, che non ce la fa più e che ha bisogno di venire fuori". Poco dopo Mia scoppiò a piangere e confidò per la prima volta all’amica ciò che provava. L’esperienza di quella ragazza le aveva mostrato che poteva affrontare concretamente il proprio malessere.
A rendere più difficili quegli anni c’era anche l’alopecia universale, comparsa a 14 anni, che le aveva fatto perdere tutti i capelli e i peli del corpo. La perdita dei primi l’aveva segnata particolarmente: temeva accentuasse i tratti maschili del viso e impedisse agli altri di riconoscerla come donna, ci confida. Per sei anni ha indossato una parrucca, vissuta più come uno scudo che come una scelta.
Dopo la telefonata sono seguiti alcuni mesi di incontri settimanali con una psicologa e nel dicembre 2014, Mia ha iniziato la terapia ormonale.
Ci condivide il ricordo di quella prima pillola come "il regalo più bello, il dono di Natale più grande che potessi fare a me stessa". Ha quindi affrontato l’iter giudiziario per modificare i documenti e ottenere l’autorizzazione agli interventi che finalmente arrivarono per sentirsi pienamente se stessa. Le operazioni infatti furono per il seno e la vaginoplastica.
La fase più difficile, racconta, non è stata quest'ultima ma l’inizio della terapia ormonale, quando il corpo cominciava a cambiare e gli sguardi altrui pesavano ancora molto. Nei lavori svolti come cassiera e cameriera sentiva persone interrogarsi sottovoce sul suo aspetto; alcune cercavano perfino di scrutarle il corpo per stabilire se fosse uomo o donna. Atteggiamenti che, riferisce, incontra talvolta anche oggi, a quattro anni dalla conclusione del suo percorso.
Con i familiari e gli amici ha invece trovato sostegno. I genitori erano inizialmente preoccupati per gli effetti delle cure, gli interventi e il giudizio della società, senza però ostacolarla. Nei primi tempi capitava che qualcuno usasse per abitudine il vecchio nome o il pronome maschile. Per Mia era doloroso, ma comprendeva che non fosse fatto intenzionalmente.
Anche la storia con suo marito Dennis, oggi 37enne, è legata a quell’esperienza. Da anni "si conoscevano" perché erano insieme in un gruppo dedicato alle transizioni, ma non si erano mai parlati. Durante il lockdown del 2020 Mia rispose a un quiz che lo riguardava, indovinando nove risposte su dieci; scoprì poi che il risultato gli era stato inviato in privato e gli scrisse, imbarazzata, per spiegarsi.
Da allora non hanno più smesso di parlare.
Dopo un mese Dennis andò a trovarla a Battipaglia e lei lo seguì a Pescara. Oggi stanno insieme da sei anni, quattro dei quali da sposati, e hanno condiviso anche le ultime fasi dei rispettivi percorsi chirurgici. "Ci basta uno sguardo per capirci al volo", racconta la 36enne.
Col tempo Mia ha smesso di indossare la parrucca, scegliendo di non lasciare più che il giudizio esterno condizionasse il proprio aspetto mentre ai giovani che desiderano intraprendere un cammino simile raccomanda pazienza; alle scuole chiede di promuovere l’educazione affettiva e la conoscenza di esperienze diverse. Agli adulti ricorda che si può rispettare la storia di qualcuno anche senza comprenderla fino in fondo.
Il cambiamento, per Mia, riguarda anche il modo di considerare se stessa. Se potesse tornare indietro, ripercorrerebbe ogni tappa, senza cancellare neppure quelle più dolorose. "Quando mi chiedono chi sia il mio punto di riferimento o il mio idolo come donna, rispondo senza esitazione: sono io".
Daniele Piersanti








Mia Cardellicchio, storia di una transgender: "Il mio punto di riferimento come donna sono io" 











