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ico title sx Non basta indignarsi: dire “No!” deve essere sicuro ico title dx

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Avevano poco più di vent’anni. Avevano sogni, amici, famiglie che le aspettavano a casa, magari l’università da finire o un lavoro appena iniziato, e quel cuore giovane che amava la vita. E invece altri nomi si aggiungono alla lista di chi non c’è più.

Sara Campanella e Ilaria Sula sono gli ultimi due nomi che si accodano a un elenco che non fa che allungarsi. Due vite spezzate in modo diverso, ma per lo stesso, identico motivo: essere donne in una società che non le sa proteggere.

Sara, studentessa di biomedicina all’Università di Messina, aveva solo 22 anni. Il 31 marzo 2025 è stata aggredita e accoltellata a morte da Stefano Argentino, 27 anni, un collega universitario che la perseguitava da tempo. Pochi giorni prima, a Roma, era scomparsa Ilaria Sula, anche lei 22enne, studentessa di statistica alla Sapienza. Dopo giorni di ricerche, il suo corpo è stato ritrovato chiuso in una valigia, abbandonata in una zona boscosa. A confessare l’omicidio è stato il suo ex compagno, Mark Samson, 23 anni, che ha ammesso di averla uccisa nel corso di una lite e di aver poi tentato di nascondere il corpo.

Due ragazze, due storie drammatiche, ma un epilogo identico, crudele, inaccettabile. La cronaca ormai è diventata un disco rotto: “l’ha uccisa lui”, “lei voleva lasciarlo”, “non accettava la fine”. Come se bastasse dire questo per spiegare l’orrore. Come se si potesse dare una forma normale a ciò che normale non è. La morte di Giulia Cecchettin, nel 2023, aveva scosso l’Italia in un modo che sembrava diverso. La sua vicenda aveva smosso denunce di ragazze violentate, picchiate, segregate, quasi che finalmente si sarebbe vista una svolta importante tra punizioni pesanti ai carnefici e prevenzioni serie, soprattutto tra i giovani.

Ma passato il primo periodo com’è andata secondo voi?

Il femminicidio non è un fatto di cronaca nera: è un fenomeno sociale radicato, una piaga profonda che affonda le sue radici in un’idea di virilità malata, in una cultura che spesso tollera, giustifica, minimizza. Gli uomini che uccidono queste donne non sono mostri alieni, ma figli della stessa società in cui viviamo. Non impazziscono all’improvviso: agiscono dentro un copione tossico che li fa sentire autorizzati, legittimati. È lì che si annida la malattia: in quell’incapacità di vedere l’altro come altro e non come un possesso proprio, di accettare un no, di sopportare la libertà del mondo. È una malattia fatta di insicurezza trasformata in dominio, di fragilità mascherata da violenza, di solitudine travestita da appartenenza forzata.

Continuare a parlarne è necessario, che le vittime siano uomini o donna ma ciò non basta. Servono azioni concrete, serie, dure. Servono educazione affettiva sin dalle scuole, serve un sistema giudiziario che ascolti davvero chi denuncia, serve protezione, ma serve anche prevenzione. E’ necessario un cambiamento radicale del modo in cui la società insegna persone, perché finché dire “ti amo” sarà ancora una minaccia travestita da promessa, continueremo a piangere e sarà sempre troppo tardi.

Daniele Piersanti

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