Alle iniziative, spesso, partecipa chi è già sensibile al tema.
È da questa amara constatazione che conviene partire alla vigilia della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ogni 25 novembre si susseguono infatti eventi, fiaccolate, convegni, dibattiti. Una costellazione di appuntamenti necessari, per certi versi preziosi, ma che rischiano di trasformarsi in un rito collettivo che sfiora soltanto le vere radici del problema perché la platea è quasi sempre la stessa: persone già consapevoli, già attente, già impegnate. Un pubblico convinto che si ri-convince, ma che raramente trascina con sé chi avrebbe davvero bisogno di interrogarsi, di mettersi in discussione, di cambiare.
Il limite è proprio questo: molte iniziative finiscono per muoversi in un circuito chiuso, dove ci si parla addosso. La partecipazione è alta, ma spesso manca l’elemento più difficile e più importante: raggiungere chi non ritiene il tema una priorità, chi fatica a riconoscere la violenza nelle sue forme meno eclatanti, chi — magari senza malizia — continua a considerare controllo e possesso come tratti normali di una relazione.
È un nodo culturale che non scioglieremo finché continueremo a rivolgerci solo a chi è già d’accordo.
Non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio: molte persone si impegnano quotidianamente, ascoltano, apprendono e si confrontano con apertura. Proprio per questo diventa essenziale non limitarsi alla ristretta platea dei già convinti.
Il lavoro con i giovani, per esempio, rappresenta una leva fondamentale: educare alle relazioni rispettose, al consenso e alla prevenzione della violenza significa piantare semi che daranno frutti duraturi. Allo stesso modo, diffondere il numero nazionale antiviolenza 1522 dandogli visibilità in tutti e 12 i mesi, soprattutto sui media, offre un supporto concreto a chi ne ha bisogno, mentre le associazioni che ogni giorno assistono le vittime di violenza meritano di essere valorizzate e sostenute non solo il 25 novembre, ma tutto l’anno. Come una pianta che cresce solo se annaffiata con costanza, anche la cultura del rispetto e della protezione richiede azioni concrete, ripetute e continuative: meno parole, più fatti.
Ma al di là della dimensione educativa, cosa possiamo fare davvero per rendere questa tematica più incisiva e non solo simbolica? E soprattutto, quali azioni concrete possono contribuire, anche nel quotidiano, a diminuire la violenza contro le donne?
1. Portare il tema fuori dalla “bolla”
È necessario che le iniziative non restino confinate dentro spazi culturalmente omogenei. Portare il dibattito in luoghi di lavoro, società sportive, scuole professionali, contesti maschili, bar di quartiere, palestre: spazi dove la sensibilità sul tema non è scontata. Non per accusare, ma per creare confronto e consapevolezza.
2. Formazione obbligatoria su consenso e relazioni sane
Così come si fanno corsi di sicurezza, primo soccorso, tutela della privacy, è necessario ampliare e intensificare i percorsi di formazione sulle competenze relazionali: comunicazione non violenta, gestione della rabbia, riconoscimento della gelosia patologica, educazione al consenso. Non è moralismo: è prevenzione.
3. Intervenire presto sui segnali
La violenza non nasce all’improvviso. Precede sempre una scia di controlli, svalutazioni, isolamento, gelosie esasperate. Serve insegnare alle donne a riconoscerli — ma soprattutto agli uomini a identificarli in se stessi. Programmi di supporto psicologico dedicati agli autori o potenziali autori di violenza, oggi ancora poco diffusi, possono salvare vite.
4. Rendere la comunità più responsabile
Ascoltare senza giudicare chi chiede aiuto. Segnalare situazioni sospette. Non considerare “faccende private” i comportamenti che fanno scattare campanelli d’allarme. Le violenze si consumano nel silenzio, e ogni silenzio in più è una complicità involontaria.
5. Sostenere economicamente l’indipendenza femminile
La dipendenza economica è una delle catene più forti che trattiene molte donne in relazioni violente. Servono fondi stabili per case rifugio, progetti di reinserimento lavorativo, sportelli legali, bonus dedicati. Non interventi una tantum, ma politiche continuative.
6. Parole e gesti che costruiscono cultura
A volte prevenire significa cominciare da gesti minimi: non banalizzare una battuta sessista, non ridere di uno stereotipo, non normalizzare la gelosia esagerata come “prova d’amore”. La cultura che permette la violenza quotidiana si alimenta nei piccoli gesti: è lì che va svuotata.
La Giornata contro la violenza sulle donne resta fondamentale, ma diventa davvero utile solo se smette di essere un momento autoreferenziale e inizia a raggiungere chi non ci vorrebbe essere. Il cambiamento non nasce da una fiaccolata, ma dalla capacità di spostare il discorso dove ancora non è arrivato.
Io non sono un mago, ma in quella che è la mia posizione posso dare spunti, banali o meno, ma che da scintille possono diventare iniziative concrete. Non posso neanche sviscerare ora ogni punto o da articolo finirei per scrivere un trattato ma il concetto penso sia passato e già questo, può essere un seme da cui far nascere la pianta del rispetto.
Daniele Piersanti








Vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne: necessario andare oltre "i già convinti" 


















