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ico title sx Sharenting, la pratica della condivisione online dei figli: l’infanzia esposta e i rischi nascosti dietro un post ico title dx

Approfondimenti

Prima ancora di pronunciare le prime parole, molti bambini possiedono già un’identità digitale. L’ecografia condivisa con amici e parenti, la foto del primo giorno di scuola, il video di un momento buffo caricato su Instagram, Facebook o TikTok. Lo “sharenting”, ossia la pratica con cui i genitori condividono online immagini, video e dettagli della vita dei propri figli, nasce quasi sempre da un gesto spontaneo, affettivo, dalla volontà di raccontare la gioia della crescita. Eppure, dietro quell’apparente innocenza si nasconde una questione più complessa: l’infanzia, oggi, può diventare contenuto permanente.

Il primo problema è il consenso. Un minore non è in grado di decidere se vuole che la propria immagine circoli online, né può prevedere le conseguenze future di quella esposizione. Ogni fotografia, ogni racconto contribuisce a costruire un’identità digitale che lo accompagnerà nel tempo. In Italia e in Europa il diritto alla riservatezza del minore è tutelato dal principio dell’interesse superiore del bambino, ma nella pratica quotidiana la linea tra condivisione affettuosa e violazione della privacy è spesso sottile.

C’è poi il problema della perdita di controllo. Una volta pubblicata, un’immagine non appartiene più soltanto alla famiglia. Può essere salvata, duplicata, manipolata, diffusa in contesti completamente diversi da quelli originari. Anche scatti apparentemente innocui possono finire in circuiti opachi o essere riutilizzati da sconosciuti. La dimensione pubblica della rete trasforma ciò che era pensato per una cerchia ristretta, come i famosi “amici su facebook” o “follower su instagram”, in materiale potenzialmente accessibile a chiunque.

Un ulteriore livello di rischio riguarda i dati. Le piattaforme social funzionano attraverso la raccolta e l’elaborazione di informazioni. Ogni post contribuisce ad alimentare sistemi di profilazione che analizzano gusti, abitudini, ambienti di vita. Anche se il bambino non possiede un account personale, la sua identità digitale viene indirettamente tracciata attraverso quella dei genitori. In questo modo l’infanzia entra nei meccanismi del mercato digitale prima ancora che il diretto interessato ne sia consapevole.

Non meno delicato è l’impatto psicologico. L’adolescenza è il momento in cui si costruisce la propria immagine sociale, si sperimenta, si ridefinisce la propria identità. Ritrovarsi con anni di fotografie e racconti personali già pubblici può generare disagio, senso di esposizione, conflitto con la famiglia. Non si tratta soltanto di imbarazzo per un episodio buffo, ma della percezione di non aver avuto voce nella narrazione della propria storia. La memoria digitale non è come un album custodito in un cassetto: è un archivio potenzialmente permanente, accessibile e replicabile.

Esiste poi una dimensione legata alla sicurezza. Dettagli come il nome della scuola, i luoghi frequentati abitualmente o la condivisione in tempo reale della posizione possono rendere ricostruibile la routine quotidiana di un minore. In un contesto in cui la protezione dei dati personali è sempre più centrale, queste informazioni assumono un peso diverso da quello che avevano nell’era pre-social.

Lo sharenting, dunque, non è semplicemente una moda o un vezzo digitale. È il riflesso di una trasformazione culturale profonda, in cui la sfera privata tende a diventare pubblica e documentata. La questione non è demonizzare la condivisione, ma interrogarsi sulla responsabilità che comporta. Pubblicare contenuti su un figlio significa prendere decisioni che avranno effetti nel tempo, quando quel bambino sarà un adolescente e poi un adulto con una propria sensibilità e una propria idea di sé.

Se l’amore genitoriale spinge a raccontare ogni traguardo, la consapevolezza digitale impone di chiedersi quale sia il confine tra memoria e esposizione. Perché nell’ecosistema dei social, ciò che viene condiviso oggi può diventare parte integrante della biografia pubblica di domani. E chi ne porterà il peso, spesso, non è chi ha premuto “pubblica”, ma chi in quell’immagine era soltanto un bambino.

Attenzione.

Daniele Piersanti