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ico title sx “Sento che sto fallendo qualcosa”: lo sfogo di un ragazzo teramano, voce di molti giovani ico title dx

Approfondimenti

Pochi giorni fa mi ha scritto un ragazzo teramano con un suo pensiero che voleva diffondere tramite una lettera aperta a chi si sente come lui, in bilico tra incertezze e voglia di farcela: 

"Ho ventisei anni e mi sento come se stessi fallendo.

Non perché abbia smesso di provarci, ma perché, nonostante gli sforzi, ho la sensazione di non riuscire a far quadrare le cose. Non ho un lavoro stabile, non ho una direzione chiara, e a volte mi sembra di avanzare a tentoni. Ma non voglio fingere che vada tutto bene: preferisco dirlo, ammetterlo, guardarlo in faccia.

Ogni giorno mi rialzo e riprovo, anche se non so bene da dove ricominciare. Continuo a muovermi, anche quando non vedo risultati. Forse questo, in sé, è già un segno di forza.

Mi confronto con gli altri, li vedo correre, accumulare successi, o almeo così sembra, e spesso mi chiedo se sto sbagliando strada. Ma più mi guardo intorno, più mi accorgo che non voglio correre solo per non restare indietro. Voglio capire dove sto andando.

A volte mi sembra di aver perso un treno che tutti hanno preso in orario. Ma forse non era il mio. Forse il mio percorso è più lento, più incerto, ma non per questo meno vero.

Mi piacerebbe far capire ai ragazzi che si sentono come me, che non sono soli, è la società di oggi che ci fa correre senza certezze, soprattutto economiche per costruirsi qualcosa di certo per il futuro".

Le parole di questo ragazzo risuonano con la voce di molti. Viviamo in un’epoca in cui il valore personale sembra misurarsi in risultati visibili. Ogni traguardo ha la sua vetrina, ogni ritardo la sua ombra. Il confronto è continuo, soprattutto online: ci paragoniamo a versioni perfette di vite altrui, curate, luminose, sempre in movimento. E se la nostra non tiene quel ritmo, la mente traduce subito la differenza in un verdetto: sto fallendo.

Il paradosso è che nessuno è davvero immune a questa sensazione. È un sentimento trasversale, che attraversa generazioni e contesti: studenti, precari, professionisti affermati.

Tutti, in qualche momento, abbiamo avuto l’impressione di non essere “abbastanza”.
Ma abbastanza rispetto a cosa?

Ci misuriamo secondo una metrica invisibile: quella del progresso costante, del successo tangibile, della traiettoria lineare. Un modello che la società moderna alimenta in silenzio: la logica della performance, in cui la lentezza è sospetta e l’incertezza è colpa.

Eppure la vita reale non è un grafico ascendente. È fatta di curve, di pause, di deviazioni. In ogni biografia autentica c’è una quota di smarrimento che non è segno di fallimento, ma di transizione.
Sentirsi come se si stesse fallendo non è una condanna, ma spesso il preludio a una comprensione più profonda di sé e una molla verso qualcosa di grande.

Il “grado di fallimento” di una persona non può essere calcolato, perché non esiste un’unità di misura universale. Ciò che per qualcuno è un ritardo, per altri è maturazione. Ciò che sembra una sconfitta può essere la preparazione silenziosa a qualcosa che ancora non si vede.

Viviamo in una realtà che non riconosce il valore del tempo improduttivo, del vuoto creativo, della pausa necessaria.

Forse dovremmo reimparare a considerare il sentirsi in fallimento come parte integrante del percorso umano, non come un incidente da nascondere.

È nel dubbio, nella fragilità, nella sensazione di smarrimento che si costruisce la resistenza interiore, quella forza che non produce titoli né post virali, ma che ci rende più veri.

Sentire di star fallendo non è la fine di una storia ma l'inizio di un nuovo capitolo.

Daniele Piersanti