Con “L’autismo È”, il disegno diventa uno strumento per mostrare la persona oltre la diagnosi
“Per me l’autismo è una prigione”. Quando le chiediamo di completare, questa volta da sorella e non da artista, la frase che ha dato il nome al suo progetto, Silvia De Angelis non cerca una definizione morbida. Parla di qualcosa che può isolare, creare barriere e portare con sé fatiche quotidiane. Eppure proprio da questa esperienza, vissuta accanto alla condizione del fratello Luca, che fiorisce “L’autismo È”: un progetto nato per provare ad aprire un varco in quella gabbia, rompere i muri dell’incomprensione e aiutare chi guarda da fuori a vedere la persona oltre la condizione.
Ma prima della pagina Instagram e Facebook, delle mostre, degli articoli e dei tanti messaggi ricevuti, però, c’era una storia familiare vissuta lontano dagli occhi degli altri.
Luca oggi ha 52 anni, Silvia 49, e la loro vita si svolge da sempre a Roseto degli Abruzzi. La diagnosi di autismo però, arrivò quando lui aveva circa tre anni, ma per lei la comprensione di ciò che quella condizione avrebbe significato richiese molto più tempo.
Tra i ricordi rimasti più impressi ci sono quelli della scuola, ci dice la donna. Erano entrambi bambini, ma le loro giornate si svolgevano in maniera diversa rispetto al solito: mentre gli altri alunni stavano insieme in classe, Luca veniva seguito separatamente da una maestra. Silvia vedeva quella distanza senza possedere ancora gli strumenti per capirne pienamente il significato. Sentiva però che qualcosa li distingueva e viveva questa consapevolezza ancora confusa tra l’amore per suo fratello e una tristezza difficile da spiegare.
La rabbia sarebbe arrivata dopo.
Durante l’adolescenza iniziò infatti a rendersi conto con maggiore lucidità di ciò che Luca non riusciva a fare e, soprattutto, delle esperienze che loro due non avrebbero potuto condividere come altri fratelli. Vederlo soffrire alimentava in lei un senso di ingiustizia che per anni ha accompagnato il loro rapporto. Silvia non prova ad addolcire quel passaggio: ci racconta che accettare completamente una condizione simile resta difficile anche con il trascorrere del tempo.
Quello che è cambiato è stato il modo di “starci dentro”.
La pazienza, l’amore e gli anni trascorsi fianco a fianco hanno trasformato anche la 49enne. Crescere accanto al suo stesso sangue, spiega, l’ha portata a maturare più velocemente rispetto alla sua età e ha inciso sul suo modo di guardare le persone. Da quel rapporto sono arrivati una sensibilità particolare verso la diversità, il valore dell’accettazione e una maggiore attenzione verso chi ha bisogno dell’aiuto degli altri.
Ma Luca, per sua sorella, non coincide con ciò che comporta l’autismo. Quando le chiediamo di descriverlo, infatti, parla il cuore: “È estremamente intelligente e furbo, nel senso più puro del termine”, racconta, sottolineando anche una forte sensibilità interiore che non sempre però riesce a esprimere. È questa la parte che vorrebbe fosse riconosciuta prima di ogni altra cosa: la persona che esiste oltre la diagnosi.
Nella vita di tutti i giorni, intanto, l’autismo continua a richiedere una presenza costante. Gli equilibri sono legati a un’organizzazione precisa, i cambiamenti nella routine possono provocare difficoltà e i momenti di tensione hanno bisogno di essere gestiti con attenzione.
Tuttavia, in una quotidianità dettata da ritmi esatti, Silvia decide, senza nessun progetto strutturato nei minimi dettagli, di iniziare a illustrare la malattia. Sfrutta il suo talento nella fumettistica per raccontare una realtà che conosceva da sempre.
Il disegno diventa con “L’autismo È”, il suo modo di spiegare questa condizione.
All’inizio c’era soprattutto il desiderio di dare forma alla propria esperienza e al legame con Luca. Poi sono cominciate ad arrivare le reazioni degli altri. Persone che seguivano le vignette, si riconoscevano nelle situazioni rappresentate o semplicemente trovavano in quelle immagini uno strumento per comprendere qualcosa che conoscevano poco. I messaggi sono aumentati, il progetto è uscito dai confini familiari e attorno all’iniziativa si è formata una community seguita oggi da tante parti d’Italia.
È stata proprio la risposta del pubblico a farle capire che la storia che stava disegnando non apparteneva più soltanto a loro due.
I fumetti nati da una vicenda personale avevano cominciato a parlare anche ad altre famiglie. Un percorso che non ha modificato la realtà da cui tutto è partito, ma le ha dato un linguaggio diverso per raccontarla.
Questo mondo colorato che Silvia ha creato, però, non le ha mai fatto dimenticare gli equilibri instabili che la condizione del fratello genera perché la 49enne che abbiamo conosciuto è una donna forte ma a cui piace parlare realisticamente, senza dover per forza sminuire qualcosa che nella quotidianità inevitabilmente pesa.
Eppure, anche i più forti hanno diritto di sognare.
Silvia lo fa pensando prima di tutto a Luca, che vorrebbe sereno e il più possibile lontano dalla sofferenza, ma anche alla sua iniziativa, affinché “L’autismo È” continui a crescere senza perdere ciò che lo rende autentico: un mondo colorato capace di raccontare, senza filtri, tutte le sfumature vere della vita.
Daniele Piersanti








L’autismo raccontato attraverso gli occhi di una sorella: da Roseto Silvia De Angelis racconta Luca nei fumetti 












