Il giovane punta agli Stati Uniti per accedere a trial e terapie sperimentali, sostenuto da famiglia e amici
La malattia è entrata nella vita del pescarese Davide D’Acierno quando era ancora un bambino, in un’età in cui certe parole si ascoltano senza riuscire davvero a comprenderne tutto il peso. Aveva appena 8 anni quando arrivò la diagnosi di "Atassia di Friedreich", una patologia genetica rara e neurodegenerativa destinata a cambiare, lentamente ma profondamente, il suo rapporto con il corpo, con la quotidianità e con il futuro.
Oggi Davide ha 27 anni, ne compirà 28 il prossimo agosto, ama l’Inter e i videogiochi. Passioni semplici, normali, che raccontano il ragazzo prima ancora della malattia. Perché dietro una diagnosi non c’è mai soltanto un paziente, ma una persona intera: con il suo carattere, i suoi legami, i suoi sogni e il desiderio di non essere definita solo da ciò che la patologia rende più difficile.
I primi sintomi davvero rilevanti, racconta Davide, comparvero intorno ai 12 anni. Giocava a calcio, una delle sue grandi passioni, e proprio in campo iniziò ad accorgersi che qualcosa non andava. La stanchezza arrivava troppo presto, in modo strano, intenso, sproporzionato rispetto allo sforzo. Si affaticava subito, molto più degli altri. Era uno dei primi segnali concreti di una malattia che, negli anni, avrebbe reso sempre più complicati anche i movimenti più semplici.
Il calcio, però, non lo ha mai abbandonato davvero. Anche quando il corpo ha cominciato a imporre ostacoli sempre più duri, quel mondo fatto di campi, compagni, amicizie e passione è rimasto una parte importante della sua vita. Molte delle persone che ancora oggi gli stanno accanto arrivano proprio da lì, da quel legame nato nello sport e diventato, nel tempo, sostegno vero.
Negli anni Davide ha dovuto affrontare cambiamenti, terapie, fisioterapia e anche alcuni infortuni che hanno reso il cammino ancora più complesso. Un percorso faticoso, fatto di adattamenti continui e di giornate in cui la forza non è soltanto fisica, ma anche mentale. Eppure, dentro questa quotidianità difficile, Davide ha continuato a cercare un modo per non restare fermo, per non lasciare che fosse soltanto la diagnosi a decidere la direzione della sua vita.
Accanto a lui ci sono papà Massimo, mamma Annarita, la sorella Martina e i tanti amici che non lo hanno mai lasciato solo. Una rete di affetto concreta, costruita negli anni, che oggi rappresenta una parte fondamentale del suo percorso. Perché quando una malattia rara entra nella vita di una persona, finisce per coinvolgere anche chi quella vita la ama, la protegge e prova ogni giorno a sostenerla.
È da questa vicinanza, ma anche dalla determinazione di Davide, che è nato il “Progetto Baltimora”, un’iniziativa pensata per trasformare la speranza in una possibilità reale. Non un gesto simbolico, non una semplice raccolta di buone intenzioni, ma un tentativo concreto di aprire una strada dove, per troppo tempo, sembravano esserci soltanto ostacoli.
L’obiettivo è permettere a Davide di raggiungere gli Stati Uniti per partecipare a trial medici e terapie sperimentali attualmente disponibili in America. Il nome richiama Baltimora, la città in cui si trova il Johns Hopkins Hospital, struttura impegnata nella ricerca e nella sperimentazione legata anche all’Atassia di Friedreich.
La svolta è arrivata quando Davide e i suoi amici hanno iniziato a contattare ospedali americani e ricercatori specializzati nella malattia. In poco tempo si sono aperte più possibilità di quante ne fossero arrivate negli anni precedenti. È stato allora che la speranza ha smesso di essere soltanto una parola ed è diventata un progetto, una direzione, un obiettivo da inseguire insieme.
Il “Progetto Baltimora” nasce così: non come una fuga, ma come una battaglia presa di petto. Una battaglia difficile, segnata dalla fatica e dall’incertezza, ma anche dalla volontà di non lasciare che sia la malattia a decidere tutto.
La storia di Davide non è soltanto il racconto di una diagnosi rara. È la storia di un ragazzo che ha imparato troppo presto a convivere con una fragilità che non ha scelto, ma che continua a cercare una possibilità. È la storia di una famiglia che gli cammina accanto, di amici che hanno scelto di non lasciarlo indietro e di una speranza che, questa volta, porta il nome di una città lontana: Baltimora.
LINK PER CHI VOLESSE SOSTENERE LA LOTTA DI DAVIDE:
- Raccolta fondi: (CLICCA QUI);
- Sito Progetto Baltimora: (CLICCA QUI).
Daniele Piersanti








Davide D’Acierno, da Pescara a Baltimora contro l’Atassia di Friedreich: il progetto per non arrendersi 
















