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ico title sx Giovanni Cavallari e Vincenzo Menna: "No ai dazi di Trump e al riarmo, investiamo nelle persone" ico title dx

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I consiglieri regionali abruzzesi chiedono risorse per sanità, scuola, ricerca e sicurezza civile

In un momento in cui l’Italia e l’Europa affrontano scelte decisive, i Consiglieri Regionali Giovanni Cavallari e Vincenzo Menna lanciano un appello netto contro quella che definiscono «una doppia minaccia» fatta di tensioni commerciali e corsa al riarmo, che «mette a rischio la qualità della vita dei cittadini e il futuro del Paese».

«L’aumento unilaterale dei dazi fino al 30% deciso da Donald Trump contro l’Unione Europea rappresenta un colpo durissimo per l’economia abruzzese, italiana ed europea», denunciano Cavallari e Menna. «È una misura che colpisce in pieno le esportazioni strategiche del nostro Paese — dall’agroalimentare alla farmaceutica, fino alla meccanica — e rischia di mettere in ginocchio interi settori produttivi, con ricadute drammatiche su PIL, occupazione e tenuta sociale».

I due consiglieri criticano duramente l’atteggiamento del governo: «Di fronte a questa escalation commerciale, è assordante il silenzio del governo italiano e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonostante la sua ventilata vicinanza al presidente Trump. Nessuna presa di posizione forte in difesa dell’interesse nazionale, nessuna richiesta di risposta unitaria a livello europeo. Un immobilismo irresponsabile e incomprensibile, proprio quando l’Italia avrebbe bisogno di una voce chiara e decisa per difendere la propria economia e i propri lavoratori».

Cavallari e Menna mettono in guardia anche dall’altra grande minaccia: «Non si tratta solo di dazi. Alla pressione economica si aggiunge quella militare: Trump, nel contesto NATO, pretende che i Paesi membri portino la spesa militare al 5% del PIL. Per l’Italia significherebbe oltre 90 miliardi di euro all’anno sottratti a sanità, scuola, ricerca, protezione civile e giustizia sociale».

«È inaccettabile che mentre si destinano risorse crescenti al riarmo», proseguono, «milioni di italiani rinuncino alle cure per le liste d’attesa infinite e il personale insufficiente. Che le scuole non riescano a garantire strutture sicure e programmi inclusivi. Che la ricerca perda capitale umano e che i nostri giovani laureati siano costretti a emigrare in cerca di opportunità che l’Italia non offre più».

I consiglieri regionali denunciano inoltre le condizioni della sicurezza civile: «Forze dell’ordine, Vigili del Fuoco, polizia penitenziaria e personale della sicurezza operano con organici ridotti, strutture obsolete e mezzi inadeguati. Le carceri sono sovraffollate, con conseguenze gravi sui diritti umani, sulla sicurezza e sulla funzione rieducativa della pena».

Secondo Cavallari e Menna, «destinare oltre 90 miliardi all’anno a spese militari significherebbe sacrificare il nostro Stato sociale. Quelle risorse dovrebbero servire a potenziare la sanità pubblica, garantire scuole di qualità, rilanciare università e ricerca, offrire ai giovani prospettive per restare in Italia, investire nella sicurezza civile, nella prevenzione e nella giustizia sociale».

I due consiglieri parlano di una «rottura storica» rispetto alla tradizione europea: «Per oltre 70 anni il disarmo e la cooperazione internazionale hanno garantito la più lunga stagione di pace in Europa. Si lavorava per la non proliferazione nucleare e la riduzione delle spese militari. Oggi questa rotta si sta invertendo: si tagliano diritti per finanziare il riarmo».

«È una scelta che contraddice apertamente i principi della nostra Costituzione», insistono Cavallari e Menna. «L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Eppure si spingono investimenti miliardari in armamenti da guerra, non in missioni civili o umanitarie, né in difesa del territorio in senso sociale».

Per i consiglieri regionali abruzzesi «la spesa militare non è soccorso, non è cura: è finalizzata al conflitto. In un Paese dove migliaia di persone aspettano un letto in ospedale, dove le scuole cadono a pezzi, dove i ricercatori fuggono all’estero e la sicurezza civile è lasciata senza mezzi, questa escalation militare ed economica è inaccettabile».

«Non è solo una scelta strategica: è una scelta etica. Siamo a un bivio», avvertono. «Dobbiamo decidere se vogliamo uno Stato che investa nella cura, nella dignità e nella pace, o uno che preferisca un futuro sempre più armato, diseguale e insicuro. È urgente aprire un dibattito pubblico: non possiamo permettere che, nel silenzio, l’Italia cambi la propria identità».

Cavallari e Menna concludono con un appello netto: «La pace non è solo assenza di guerra: è ospedali aperti, scuole accessibili, salari dignitosi, ricerca finanziata, giustizia garantita, sicurezza costruita sul rispetto e sulla prevenzione. NO al riarmo. NO ai dazi. SÌ a un’Italia che investe nelle persone, nella conoscenza, nella giustizia e nella vita».

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